A Proposito del Piano Pesaro 2030

pesaro

Da qui messere si domina la valle… si dovrebbe

Ho atteso con molto interesse di poter leggere le 33 pagine del Piano Strategico Pesaro 2030. Infatti se c’è una cosa che mi dispera è il pensiero che la mia città non abbia piena contezza di ciò che le è accaduto con la doppia crisi del 2008 e del 2011 che ha investito l’occidente e poi l’Italia in particolare.
E ancora che non vi sia e non vi sia stata nessuna seria e condivisa riflessione sulle cause, sugli effetti e soprattutto sulle possibili vie d’uscita.
Ecco venirmi incontro il Piano Strategico Pesaro 2030.
Come Dante si mette nelle mani di Virgilio per il suo percorso nell’ignoto così mi predispongo a farmi guidare.
Sembrerà strano, detto da un politico, ma in questi casi tanto gravi, e Pesaro con tutto il suo territorio è in una situazione gravissima ( i passi indietro rilevati dalle statistiche del Sole e di Italia Oggi sono solo l’ultimo degli indicatori), il concetto è proprio farsi guidare, non tanto da uno o più esperti che pure sono necessari ma da un metodo: far scaturire dal percorso e dai soggetti che vi partecipano le idee che concorrono a definire una VISIONE, appunto Pesaro 2030 e poi una CONDIVISIONE.
ho letto 3 volte le 33 pagine del Piano. Ma non si vede niente. Proprio perché non è un piano e tanto meno un piano strategico.
Per le vecchie nozioni che ho di pianificazione strategica so che il Piano deve far fare un salto di qualità alle tradizionali forme di ascolto e partecipazione e a Pesaro mancano anche quelle basiche.
Deve costruire una condivisione sia del metodo di redazione del piano sia dei suoi presupposti, finalità, strumenti.
Detta in altri termini il Piano strategico si può dire tale quando si crea una condivisione sul come stiamo, su quali difetti dobbiamo annullare e quali virtù abbiamo da valorizzare per andare insieme e d’accordo verso una finalità. Una MISSIONE.
Il Piano strategico è tale se alla fin fine, con tutto il rispetto e la deferenza che si deve avere per il Consiglio Comunale che pure ne deve essere un attore fondamentale, appartiene alla Città e non alla amministrazione comunale e tanto meno al Sindaco.
Il Piano strategico non si fa per lodarsi delle cose fatte e per autocompiacersi di aver avuto qualche idea perché con le lodi non ci facciamo niente e le idee avute potrebbero rivelarsi del tutto inefficaci ai fini del perseguimento dell’obiettivo.
In quel testo manca praticamente tutto ciò che può identificare un Piano Strategico:
condivisone dello stato di fatto, analisi delle potenzialità, definizione delle mete che si vogliono raggiungere, elencazione delle azioni necessarie per perseguire le mete, definizione di massima dei progetti che danno sostanza alle azioni, individuazione degli interessi convergenti fra soggetti pubblici, fra privati, fra pubblico e privato che a Pesaro possono realisticamente attivarsi per dare concretezza al Piano.
Già da questa sommaria definizione emerge che i soggetti da coinvolgere non possono che essere molteplici, portatori di interessi e sensibilità anche divergenti e che devono tutti portare un contributo ad un disegno comune.
Nel documento, che assomiglia più ad una relazione del Sindaco che legittimamente rivendica le cose fatte e propone qualche titolo di lavoro, si parla di Pesaro indicando la coesione sociale come substrato indispensabile alla qualità della città, il settore manifatturiero, il turismo (mare, cultura, sport) e un non meglio precisato settore dei servizi, come leve economiche; la qualità ambientale come indicatore importante del benessere sociale, BES, alternativo al PIL. E lì ci si ferma.
Atteso che se avessimo convocato davvero tutti i soggetti istituzionali, economici, sociali, ambientali, educativi, potenzialmente interessati a definire la Pesaro del 2030, questa fosse davvero la griglia condivisa degli obiettivi, manca tutto il resto, cioè il piano.
La manifattura del mobile in particolare, è implosa per cause esogene certamente ( credito, rigidità dell’euro) ma anche per limiti propri profondi familismo, dimensione nazionale prevalente del mercato di riferimento, basso livello delle maestranze e della tecnologia, nessuna attività di ricerca rilevante.
La meccanica che di questi difetti ne ha meno infatti sta ancora andando abbastanza bene e sarebbe molto utile partire proprio dai casi di successo per capire almeno le linee di fondo di una possibile reazione alla crisi.
Quindi è chiaro che non basta dire manifattura perché potrebbe anche far pensare che noi puntiamo a competere sulla fascia bassa della produzione, che cerchiamo marginalità solo nel costo del lavoro, che rinunciamo alla innovazione e quindi a tutti quei servizi educativi e di supporto che possono alzare il livello.
Come entrano in una pianificazione strategica i cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro? Ci rassegniamo ad un futuro di precarietà? Che risposte può dare il piano alla denuncia della Cgil rispetto alle infiltrazioni criminali, oppure a quella della CISL sulle condizioni di lavoro nero e di super sfruttamento? Qual è lo stato delle politiche pubbliche di sostegno e avviamento al lavoro ?
Questo la dice lunga anche sulla idea possibile di Pesaro città dei servizi. Nella crisi le città che ospitano servizi soffrono meno, Ancona nelle Marche o Urbino nella nostra Provincia. In questo contesto qual’ è lo spazio che si può riservare in una economia dei servizi ad una città che dice, e io sono d’accordo che non vuole abbandonare il manifatturiero?
Di certo se si continua così non solo non cresceranno i servizi alle imprese ma neppure quelli pubblici poiché sembrerà strano ma questi due rami, servizi alle imprese e servizi pubblici, fanno parte dello stesso albero.
Il disinvestimento in formazione universitaria e l’abbandono di qualsiasi progetto di polo tecnologico e di incubatori di impresa ( il San Benedetto sarebbe perfetto) la dice lunga purtroppo.
Anche sul turismo mi pare che si evochi più una autoconsolatoria agitazione dell’acqua contenuta nel nostro bicchiere locale che la capacità di attirare investitori e turisti. Molta propaganda, poco fatturato. L’unica vera eccezione la fa il turismo sportivo perché Pesaro ha le strutture e la mentalità giusta per farne un asset molto importante.
Per il resto il turismo cerca la qualità, anche a Rimini che ha aperto il teatro mentre il nostro Palafestival è chiuso da 15 anni, e la qualità si raggiunge con le scelte ambientali come potrebbe essere un parco marino, naturale continuazione del Parco del San Bartolo, in alternativa alle barche a motore che arrivano sulle spiaggette e alle auto che corrono sulla panoramica ed anche una vera lotta alla plastica d’uso.
Siamo al punto che i cittadini spontaneamente segnalano fenomeni. E’ evidente che sta crescendo una forte preoccupazione per l’abuso della plastica e delle conseguenze sull’ecosistema marino, anche ai fini dell’immagine turistica.
Bene, fare di Pesaro la prima città libera dalla plastica d’uso sarebbe un messaggio potente molto più che l’eliminazione totale dei semafori. Come sarebbe salutare abbandonare l’ossessiva ricerca di aree da destinare a parcheggio in prossimità del centro o alla Baia Flaminia: o sei la città della Bici o continui ad essere una delle città con la percentuale più alta di auto circolanti.
Non può farsi un piano strategico che non metta quindi al centro la mobilità sostenibile come servizio pubblico fondamentale.
Ma la sostenibilità o è sociale o semplicemente non è. I dati allarmanti forniti dalla sempre documentatissima Cgil dicono che le Marche ormai destina al sociale solo risorse provenienti da progetti europei e dalle poche informazioni che riesco ad ottenere anche il nostro Comune è costretto ad adeguarsi a questo andazzo: si progetta e poi si attende un finanziamento e su quello si attiva un servizio. Mi pare un sistema molto poco stabile.
Nel piano strategico si fa riferimento ad una revisione del welfare in direzione di forme flessibili, e già mi prende il panico, che attivino la capacità dei destinatari ad attivarsi a loro volta. Se ho capito bene siamo nella vecchia e sconfitta idea liberale per cui il Comune che prende in carico colui che ha bisogno con servizi stabili e continuativi viene vista come una vetusta idea statalista e assistenzialista. Io non sono d’accordo. I servizi hanno fatto progredire l’uguaglianza, gli “aiutini” hanno aperto la porta al ritorno indietro della sicurezza sociale.
La qualità è cultura. Gli esempi recenti con da una parte il Monumento alla Resistenza e la Biblioteca Oliveriana e dall’altra la torre e le luminarie a metà novembre fanno davvero disperare. Mi limito a dire che a Pesaro la qualità nella cultura sta nel rafforzamento delle strutture che stabilmente producono cultura e non negli eventi.
Una battuta infine su un aspetto tutt’altro che secondario. Può darsi un serio piano strategico senza un quadro delle professionalità eccellenti che la città esprime. No di certo. E quale è lo stato delle professionalità del motore principale della Pesaro 2030, cioè quelle del Comune? Va bene così? Oppure c’è da potenziare, valorizzare? Oppure vogliamo continuare ad assecondare l’idea che le professionalità di un Ente come il Comune sono solo un dispendio di denaro pubblico? Troppi cedimenti culturali su questa linea ci sono stati e sarebbe molto strategico invertire la tendenza.
Mi rendo conto che sto correndo il rischio di andare oltre lo scopo che mi ero prefisso con questo testo e quindi mi freno.
Sta di fatto che con buona pace dell’Ariosto, da qui messere non si vede proprio niente, nebbia fitta. Piano strategico non pervenuto.
La proposta finale dunque è : siccome di un Piano Strategico vero c’è davvero bisogno, una volta che si sarà depositata la polvere della demagogia elettorale che coprirà i prossimi mesi, la nuova amministrazione riparta proprio dal dare una risposta seria a questa necessità.

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