Eliseo Mattiacci e Noi

mattiacci

La morte di Eliseo Mattiacci mi ha colto fuori da Pesaro. Non ho potuto salutarlo come avrei voluto. La sua presenza forte negli anni della mia esperienza in Comune non è solo legata a quei due eventi straordinari e bellissimi quali sono stati l’inaugurazione del Centro Arti Visive Pescheria nel 1996 e la collocazione sul molo di levante di quell’ opera da sogno che è “Riflesso dell’ordine cosmico”; due momenti belli della mia vita e che in gran parte debbo a quell’altro nostro grande e indimenticato artista che è Loreno Sguanci. No. Come mi era capitato già con Paolo Volponi, Mattiacci è una figura che non ho avuto bisogno di frequentare assiduamente per maturare comunque verso di lui una sensibilità particolare, una sintonia, una affinità istintiva che è continuata anche negli anni in cui già la sua malattia gli rendeva difficile il parlare e lo scrivere. Bastava poco per cogliere la sua chiara idea dell’arte, del ruolo dell’arte nella città, la sua preoccupazione per le evoluzioni della politica nazionale. Bastava poco. Il modo in cui la mia mente colloca in parallelo la figura forte e complessa di Eliseo Mattiacci a quella altrettanto forte e complessa di Paolo Volponi, forse è legata alle loro radici ben piantate nel nostro duro e bellissimo entroterra, alla loro comune affinità con la manifattura, al mito coltivato e difeso del fare con le mani, vera carta d’identità del nostro territorio, che si tratti di una industria evoluta e responsabile verso la comunità o di un laboratorio che sempre con la fabbrica, con il ferro e l’acciaio aveva a che fare. Ma forse è anche un timore ciò che la mia mente coglie istintivamente. Il timore che una figura come Mattiacci, che rimarrà centrale nella storia artistica del secondo dopoguerra italiano come Volponi lo è nella letteratura e nella poesia, scivoli nella marginalità, non certo degli esperti e degli studiosi, ma dei suoi conterranei e della città che lo ha visto attivo e vitale, proprio come purtroppo è accaduto a Paolo Volponi nella sua Urbino. Figure troppo forti per stare dentro a politiche ispirate al consenso facile, prive di identità e di coraggio. Figure che non hanno mai accarezzato il potere. Figure che se le vuoi promuovere e valorizzare devi osare di andare contro. Pensate forse che noi si ebbero applausi e manifestazioni aperte di sostegno quando investimmo per collocare “Riflesso” sul molo di levante? Metto le mani avanti, mi rendo conto, e sono certo che le amministrazioni mi smentiranno con mia grande soddisfazione. So che Cagli farà un grande lavoro su Eliseo Mattiacci, ne ha tutte le qualità per farlo. So che Pesaro, sepolto Eliseo nella sua città natale non lo considererà un pesarese per caso e si metterà immediatamente in relazione con Cagli e la Pietrarubbia del progetto TAM per un lavoro che partendo da Eliseo apra un discorso nuovo fra costa e entroterra proprio ispirato all’arte e alla scultura contemporanea in particolare. Non farò considerazioni sulle recenti classifiche che non ci premiano sulla cultura e sul turismo. Dico che ormai credo sia chiaro a chi deve essere chiaro che agitare l’acqua nel secchio non fa diventare il secchio una botte e l’acqua vino. Bisogna progettare, seminare per raccogliere, avere nella qualità delle proposte la stella polare da seguire, appoggiarsi sulle spalle di questi grandi per elevarci e migliorarci. Eliseo Mattiacci aveva familiarità con la parte bassa del Borgo e penso che apprezzerebbe molto il dibattito che si sta riaprendo sul’ex Ospedale Psichiatrico. Quante idee belle stanno tornando! Coltiviamole con l’ispirazione che queste importanti figure continuano a darci, e andrà tutto bene.

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