IN OCCASIONE DEL 100° DELLA NASCITA Della LEGA DELLE AUTONOMIE LOCALI

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1. Quando è iniziata la Sua esperienza in Legautonomie? Come è sempre stato, da dopo la nascita della Repubblica, il Comune di Pesaro ha sempre aderito sia all’Anci che alla Lega. Pesaro aveva un passato di esperienze innovative lodevoli nel campo del governo locale ed aveva espresso nel 1972 il segretario nazionale della Lega nelle figura del sen. Giorgio De Sabbata . Io che sono diventato sindaco nel 1992 dopo aver svolto per due anni il ruolo di Assessore all’Urbanistica, ho mantenuto quella sana tradizione, sentendo da subito la Lega più affine, non solo alla mia visione politica, ma alla mia idea di rapporto con il centro statale che per me non può mai essere di acquiescenza ma deve essere ispirato a correttezza istituzionale e sana “conflittualità”. Il che comportava partecipazione, ascolto e impegno in un periodo che potremmo definire la terza primavera delle Autonomie, dove la prima fu quella che andò dal 1900 al 1921 e la seconda quella che andò dalla seconda metà degli anni 60 a tutti gli anni 70 del secolo scorso. Nei primi anni 90 crollò il sistema politico e subito cercò di reinventarsi con riforme importanti e fra queste l’elezione diretta dei sindaci. Io, come credo tutti i compagni e le compagne impegnate in comuni, province e regioni, mi sentii molto coinvolto da quella ripartenza democratica dal basso. Nel 1996 a Pesaro si tenne il XII congresso nazionale della Lega, Enrico Gualandi fece una relazione molto importante, Franco Bassanini,allora ministro, un intervento importantissimo che declinò il lavoro che di li a pochi mesi prenderà l’avvio con le famose riforme Bassanini, Giuliano Barbolini sindaco di Modena diventò presidente nazionale e io entrai negli organismi nazionali della Lega.
2. Che ricordi ha della Lega delle Autonomie di quegli anni? La lega esprimeva ancora in quegli anni quel suo essere artefice del “movimento delle autonomie”. Detta così può sembrare una cosa astrusa per i non addetti ai lavori ma è sostanziale. L’ANCI rappresenta i comuni con quel taglio di accordo istituzionale proprio dei vertici romani; l’UPI analogamente le province; l’UNCEM è una cosa già diversa impegnata com’è a tenere insieme realtà montane dove insistono bacini imbriferi, università agrarie, centrali idroelettriche ecc. Tutte però rappresentano un pezzo del sistema. La Lega è l’unica che si sforza di avere una visione d’insieme del sistema delle autonomie che agiscono sul territorio. Quindi anche allora si preoccupava di una coerenza del sistema istituzionale e conseguentemente di come le politiche per i territori si dipanassero in modo efficace e le risorse finanziarie in modo conseguente. Diciamo che mentre le altre associazioni si muovono in modalità sindacale, la Lega è l’unica a dare una interpretazione al ruolo delle autonomie coerente con l’idea di autogoverno, di responsabilità, di pari dignità con lo Stato; ed è anche l’unica a non vedere le Regioni come altro dalle autonomie ma come parte fondamentale del sistema. Poi appunto la Lega è movimento, ovvero, secondo le migliori tradizioni storiche, ritiene che l’innovazione nelle politiche parte laddove emergono i bisogni. Chi prima li vede, li organizza e prova a dar loro risposta, sono i comuni, le città, e una volta intrapresa una strada nuova per rispondere a nuove domande comincia la lotta verso chi tiene i cordoni della borsa, verso chi fa le leggi valide per tutti, cioè lo Stato affinché riconosca quelle innovazioni. E’ stato così in innumerevoli casi, per innumerevoli questioni che oggi viviamo come diritti acquisiti, come servizi scontati. Ma questa idea è sempre sotto la minaccia di uno Stato invadente, che mal tollera il dinamismo imprevedibile delle autonomie, e quel clima si avvertiva anche allora. Lo Stato approfitta dei tentennamenti e delle divisioni e quando può con il classico “divide et impera” mette i comuni contro le province, entrambi contro le regioni e così via. Così fu anche allora e quando nell’agosto del 1997 si giunse alla definizione della delega alle associazioni di nominare i propri rappresentanti nella Conferenza Stato Città e nella Conferenza Unificata il compagno Giorgio Napolitano ministro dell’interno assecondò il fastidio di ANCI e UPI verso la Lega, ci fece lo scherzetto e la Lega rimase fuori. Bassanini recuperò in parte la cosa più tardi evitando che fossimo tagliati fuori dal Testo Unico degli Enti Locali ma non bastò a recuperare quel colpo che fu molto duro. Immediatamente si aprì, come era accaduto anche in altri periodi, nella Lega il dibattito: ma facciamo bene così o non è meglio che andiamo a fare la nostra battaglia nell’ANCI magari per cambiarla? L’Anci, da una posizione di forza e segnata al suo interno dalla presenza di un centro destra aggressivo, non aprì mai davvero il dialogo su questo punto nonostante i sinceri e ripetuti tentativi nostri che videro coinvolto anche Rutelli sindaco di Roma. A quel punto le riunioni della Lega, il cui lavoro continuava in modo estremamente qualificato su tutta la riforma del Titolo V che stava maturando nella Bicamerale D’Alema, diventano un sofferto continuo alternarsi di speranze e delusioni. Io sposai la tesi del rilancio della Lega in un contesto nuovo e diventai presidente al congresso nazionale di Napoli del dicembre 2000. Faccio notare che comunque il documento congressuale su cui venni eletto ribadiva la volontà di procedere verso un percorso se non di unificazione almeno di federazione di tutte le associazioni delle Autonomie. La mia presidenza sarà poi segnata dall’avere dall’altra parte il governo Berlusconi dal 2001 al 2006, poi la parentesi Prodi 2006-2008 e ancora Berlusconi fino alla fine del mio mandato nel 2010. Posso dire che fummo certo insufficienti, ma in quegli anni svolgemmo un ruolo anche di supplenza di ANCI e UPI ingessate dal potere di veto del centro destra. Non riuscimmo ad impedire però che si riavviasse un accentramento dei poteri. Chi stava al governo predicava il federalismo e praticava il centralismo segnando un riflusso ancora in atto.
3. Mi racconti come ha intrapreso la carriera politica da ragazzo. Sono un comunista italiano degli anni 70, non pentito. Cresciuto con alle spalle il vento del 1968, giunto alla esperienza politica prestissimo, coinvolto fino al punto di lasciare a metà l’università e gli studi di diritto per fare quella che Giorgio Amendola chiamò “ Una scelta di vita”. Non essendo mai stato nemmeno in viaggio in un paese del socialismo reale non ho mai avuto problemi a tenere insieme l’essere comunista e nello stesso tempo essere animato da valori forti di libertà, di giustizia sociale, di riscatto degli oppressi che per me coincidevano con la nostra Costituzione. Mi sono sempre commosso il 25 Aprile, il 1° Maggio vedendo i cortei con le bandiere rosse. Ancora adesso quando suonano Bella Ciao o Fischia Il Vento mi viene il nodo in gola. La politica è questo o è meglio lasciar perdere. Ho letto tantissimo in vita mia e ascoltato ancora di più con un grande rispetto per le generazioni che mi stavano davanti. Ho sempre dato un grande valore al ruolo dei partiti dentro alla nostra democrazia e ho sempre pensato che le utopie sono astrazioni mentre le ideologie soprattutto quando si confrontano a viso aperto muovono la storia. Oggi purtroppo in campo c’è una sola ideologia quella del mercato e del denaro e questo ha molto a che fare con la crisi morale e ideale prima ancora che economica che il mondo sta vivendo. Con questo zainetto ho fatto il segretario di sezione, il consigliere comunale, il consigliere provinciale, poi di nuovo in comune come assessore e poi sindaco, infine deputato.
4. Qual è la Sua idea di Autonomia? La mia idea di autonomia è quella degli albori del movimento. Oggi che il capitalismo è tornato alla brutalità fisica e psicologica che i primi movimenti socialisti denunciarono in termini di sfruttamento, precarietà, alienazione; oggi che intere generazioni rischiano di andare perdute e chissà quanti futuri scienziati, professori, tecnici, medici, buoni uomini e buone donne sono sepolti in mare; oggi che l’intero eco sistema è avviato verso il collasso, l’autonomia è quella che ti fa pensare globale e agire locale. Avere in mente il mondo e l’umanità intera e cercare il tuo ruolo ogni giorno a cominciare da dove vivi e da lì ogni giorno provare a mettere l’uomo davanti al denaro, la risposta ai bisogni davanti alle regole, e tutto questo comporta il coraggio di sconfiggere l’indifferenza, l’ipocrisia di chi sale sulle spalle dei poveri per puri scopi di potere, comporta sfuggire come la peste lo stare da soli, la presunzione di fare da soli quando invece hai bisogno di stare in associazione, di cooperare, di stare dentro ad un movimento che anche tu quotidianamente puoi alimentare. Poi oggi come allora l’autonomia si gioca sulla autonomia finanziaria, sul poter contare su tributi propri per realizzare quel patto virtuoso fra amministratori e cittadini che è fatto di giustizia nelle politiche delle entrate e di qualità nella spesa.
5. A Suo avviso, a che punto è l’Autonomia oggi? L’autonomia essendo qualcosa di “naturale” che anche nelle sue forme organizzate viene prima, storicamente intendo, degli stati nazionali, è qualcosa che ha molte similitudini con le maree. Ha momenti di alta e momenti di bassa. Quando è alta magari fa paura e si alzano muri che però sono destinati a crollare e quindi l’autonomia riesce a fertilizzare, rinnovare, espandere beni e culture. Quando è bassa coincide sempre con periodi più o meno cupi della vita delle persone: guerre, tirannie, dispotismo, statalismo, oligarchie, ma prima o poi torna. Oggi è in una fase bassa, basti guardare la vicenda IMU prima casa ovvero un colpo secco alla autonomia finanziaria degli Enti locali, il proliferare dei bonus ai giovani, alle famiglie,per non dire del clima complessivo che si respira nei confronti delle classi dirigenti locali. L’Europa era la nuova frontiera delle autonomie. L’Europa che non doveva negare le identità nazionali ma distenderle dentro ad una nuova dimensione e favorire una valorizzazione delle autonomie dentro a questa nuova cornice costituzionale. Morta la costituzione europea, ciò che è rimasto sono le tecnocrazie sommate al potere dei singoli stati e quindi l’Europa sta fallendo le autonomie arretrano. Ma se vi sarà una resipiscenza essa partirà dall’idea che la linfa nuova all’idea di Europa può venire dalle città e quindi l’idea di Europa può morire ma può anche rinascere e con essa rialzarsi la marea autonomista.
6. C’è qualche aspetto che proporrebbe di modificare nell’ambito della Riforma del nuovo Senato delle Autonomie locali? Sì certamente, i poteri! Mi allarma il fatto che il senato delle autonomie e delle regioni che doveva rappresentare assieme al federalismo fiscale la chiusura ideale di una riforma incompiuta come quella del 2001, venga invece a contraddire il principio di autonomia e a sancire su molte materie il ritorno centralistico al potere statale. Potere statale che stante la legge elettorale rischia di non essere il potere del Parlamento ma solo dell’esecutivo. Tutto questo mi allarma non poco.
7. Cosa vorrebbe augurare alla Lega delle Autonomie per il suo futuro? In occasione di questo nostro centenario siamo riusciti a fare in modo che una istituzione come la Camera dedicasse la prima mostra documentaria volta a conoscere la storia delle autonomie. L’augurio è che grazie anche alla Lega non debbano passare altri 100 anni per dare valore a una storia che ogni giorno si rinnova e incide nella vita delle persone. Poi, che si chiami ancora Lega o si presenti sotto altre insegne conta, ma non è decisivo. Ci vuole l’unità del sistema delle autonomie e ci vuole la combattività dei suoi protagonisti, due valori che la Lega ha rappresentato, l’augurio è che continui a farlo.

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