LE RISORSE UMANE

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Casalecchio 3 dicembre 2015
Corso di formazione politica per i consiglieri comunali del gruppo PD
COMPETENZE E CULTURA POLITICA PER IL GOVERNO DEL TERRITORIO
Le risorse umane

In un paese dove non si rinnova il contratto di lavoro per il pubblico impiego da sei anni e dove si può reinvestire in assunzioni solo il 25% della spesa risparmiata a seguito dei pensionamenti, viene da dire che questo dibattito non s’ha da fare perché è del tutto inutile. Un contratto di lavoro non è solo denaro mensile in più, è dignità, appartenenza, responsabilità, possibilità di contrattare regole organizzative, mobilità. L’ assunzioni di giovani dipendenti, poi, non è solo un modo per dare occupazione ma è la leva indispensabile per motivare i dipendenti più anziani, favorire lo scambio di conoscenze, incrementare la professionalità, creare le condizioni di base affinché ci sia aggiornamento tecnologico. Privarsi di tutto ciò significa non avere in alcun modo interesse per le risorse umane e per la pubblica amministrazione in generale, avvalorare la tesi che siamo di fronte ad una massa di privilegiati e di nulla facenti. Il solo pensare che si sia fatta crescere questa convinzione non solo non reagendo ma cavalcandola per meri fini elettorali e per scaricare le responsabilità della politica e del legislatore sul servizio pubblico è orribile per un qualsiasi paese civile nonché decisamente autolesionista per l’intero paese. Eppure questo avviene ogni giorno sia che si tratti di amministrazione centrale che locale e se prima a cavalcare questo assurdo atteggiamento erano settori dell’impresa,gli ultraliberisti, frange della cittadinanza meno consapevole o vittima di disfunzioni e errori, ora, almeno da Brunetta in poi, sembra essere diventato il vezzo dei politici, cioè dei “datori di lavoro” dei pubblici dipendenti. Pazzesco!
Allora prima di entrare nel merito di alcune politiche concrete, forse è il caso che proviamo a ricordare a tutti noi i fondamentali e come bisognerebbe sempre fare cominciamo dalla Costituzione.
La nostra Carta Costituzionale non poteva dedicare a questo tema niente più che dei concetti generali, stante che la pubblica amministrazione risponde a leggi ordinarie, a regolamenti. Però gli articoli che ne parlano evidenziano la grande considerazione che la Carta affida al servizio del lavoratore pubblico e lo distingue nettamente da quello privato non per maggiore merito ma per sostanziale diversa missione. Di questa importanza e di questa distinzione chi svolge funzioni di governo deve sempre avere memoria.
Art. 54 “ (secondo comma) i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore prestando, giuramento nei casi stabiliti dalla legge”
Art.97 Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico ( aggiunta apportata nel 2012)
I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.
Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.
Art. 98 I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Se sono membri del Parlamento, non possono conseguire promozioni se non per anzianità.
Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero.
Come si vede i concetti sono quelli del servizio, da adempiere con disciplina e onore, del fatto che vi debba essere un ordinamento che regola le competenze e le funzioni e che la selezione sia pubblica. Infine data la particolarità del ruolo ci possono essere dei limiti al libero esercizio dei diritti politici e un eventuale ruolo politico è incompatibile con avanzamenti di carriera nel ufficio pubblico ricoperto. L’aggiunta del 2012 è conseguente alla modifica molto discussa e criticata dell’art.81 della Costituzione sull’equilibrio di bilancio in conseguenza della famosa lettera della BCE.
A me addolora tanto che i comportamenti scorretti di pochi abbiano finito per togliere dignità a questi importantissimi principi. Sono consapevole che il rammarico non è un concetto politico e che per sradicare questi comportamenti bisogna agire nel concreto ma quello che voglio insistere a dire è che non usciamo da questa situazione svilendo e mortificando ancora di più la natura della funzione del pubblico dipendente.
Vi è poi un articolo cui sono molto affezionato, l’art. 118 della Costituzione che deve (dovrebbe) avere molta influenza sull’organizzazione della amministrazione pubblica sul territorio nazionale perché stabilisce il principio di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, ovvero che la gestione amministrativa va collocata il più vicino possibile al cittadino, che ciò che fa un livello istituzionale non lo deve fare un altro, e che il livello chiamato ad esercitare la funzione di amministrazione deve avere una dimensione adeguata al servizio da svolgere.
Ne riporto il primo comma: Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.
Questo invece è il quarto comma: Stato, Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
Fra i fondamentali da tenere a mente ci sono a mio avviso anche le definizioni che della funzione svolta dalla amministrazione pubblica si può dare senza tema di smentita.
a) L’amministrazione è lo strumento attraverso cui si attua il programma politico. Ovvero senza amministrazione la politica fa chiacchiere al vento, quindi l’amministrazione ha a che fare con la politica e viceversa e la politica dovrebbe curare l’amministrazione con la stessa attenzione con cui un pilota cura la sua moto, sempre che voglia concorrere e non soltanto declamare.
b) L’amministrazione è lo strumento dei diritti di cittadinanza. Perché l’amministrazione pubblica è scuola quindi diritto ad essere formati, è sanità quindi diritto ad essere curati, è forze armate e dell’ordine quindi diritto ad essere difesi, è tutela dei beni culturali, architettonici e naturali quindi diritto a veder tutelati i beni comuni, e così via. Nulla di tutto ciò può essere garantito senza il ruolo del pubblico dipendente. Quindi attenzione a chi spara alzo zero sulla amministrazione perché dietro a costui potrebbe nascondersi chi vuole negare la universalità di quei diritti.
c) L’amministrazione è lo strumento della libertà del mercato e della parità nel mercato. Tutti ormai abbiamo chi più e chi meno acquisito il valore del mercato. Ma il mercato lasciato alla sua “animalesca” libertà in verità non funziona crea monopoli, oligopoli e finisce non per favorire i migliori ma coloro che si muovono nella illegalità, nella corruzione, nella logica della forza del denaro. E il cittadino, come l’ambiente, lasciato solo davanti al mercato diventa un numero un dato di bilancio e finisce per essere schiacciato nei suoi stessi diritti fondamentali. Quindi un buon mercato va regolato e la garanzia di queste regole poggiano sulle spalle della amministrazione pubblica. Quando sentite certo mondo inveire con l’amministrazione pubblica in verità in cuor suo vorrebbe eliminare tutte le regole, agire in barba delle regole non capendo che le imprese più forti, più qualificate e innovative prosperano laddove le regole ci sono e soprattutto vengono fatte rispettare.
Un altro aspetto fondamentale da considerare, ma stiamo così già entrando nel merito, è la connessione molto stretta che c’è fra amministrazione e assetto istituzionale, fra riforma della prima e riforme del secondo, comprese le riforme elettorali. Un sistema istituzionale centralista tenderà ad avere una amministrazione molto concentrata a livello statale e tendenzialmente incline a far calare dal’alto verso il basso provvedimenti molto dettagliati, lasciando all’amministrazione locale il compito di tradurla in fatti, riservandosi un potere di controllo e/o sostitutivo in caso di mancanze.
Una struttura istituzionale autonomista, quella che io in assoluto prediligo, tenderà ad avere invece a livello centrale una amministrazione più snella, capace di definire linee generali di intervento sulle politiche di valore nazionale, lasciando ampio margine di programmazione e di operatività alla dimensione locale.
E’ del tutto evidente che i due diversi modelli comportano organizzazione, modelli fiscali e professionalità radicalmente diverse da allocare e far crescere sia a livello centrale che a livello locale. Ed è altrettanto evidente che quando i due modelli si sommano e si sovrappongono ne può nascere solo una gran confusione, conflittualità, costo.
Il nostro paese ha cercato ( ed è un esempio da tenere ben presente oggi!) di trasformare il suo assetto istituzionale da fortemente centralista a fortemente autonomista. Come si è visto nello sviluppo dei fatti alla scelta istituzionale non è seguita una amministrazione conseguente: l’amministrazione è rimasta molto centralista ( basti pensare alle prefetture, agli uffici periferici dei diversi ministeri e al carattere ancora molto particolareggiato della decretazione del Governo e della complessiva legislazione parlamentare), di conseguenza l’amministrazione regionale e locale caricate di nuove funzioni si sono sì rafforzate ma sommandosi a quella centrale e non sostituendosi ad essa. L’appesantimento e il cortocircuito è stato del tutto evidente e costoso per il sistema paese.
Anche la legislazione elettorale ha un effetto importante sulla amministrazione sulla organizzazione delle risorse umane. Ho una età sufficiente per aver vissuto direttamente due fasi completamente diverse fra loro. Quando non c’era l’elezione diretta del sindaco ricordo che sindaco e giunta si definivano dopo le elezioni come conseguenza del risultato elettorale e delle possibili maggioranze consiliari. Solo allora e per aspetti molto di corredo si lavorava sul programma: la sostanza era l’accordo politico e la distribuzione degli assessorati. In quello scenario si usava dire che i politici passano e i dirigenti restano, ovvero fra le due sfere non vi era una interconnessione funzionale forte.
Con l’elezione diretta del sindaco cambia tutto. Egli non si gioca più prevalentemente il suo poter governare e il suo poter essere poi confermato sugli accordi fra i partiti bensì sul consenso elettorale e sulla concreta possibilità di dare consequenzialità agli impegni programmatici assunti davanti al corpo elettorale. Si stringe quindi funzionalmente un rapporto molto più stretto fra sindaco-programma-amministrazione.
E’ facile immaginare che questa vera e propria rivoluzione si sia portata dietro un bisogno primario di riorganizzazione delle strutture amministrative cui non sempre la politica ha fatto fronte con lungimiranza e capacità. E’ ancora difficile far capire ad un politico che egli può anche non riuscire a realizzare il suo programma per tante ragioni, ma non può nel modo più assoluto accampare l’argomento che questo sia colpa della propria struttura professionale perché sta a lui occuparsene quotidianamente per il semplice fatto che non gli è dato di non sapere che è la struttura professionale che deve tradurre il suo lavoro in fatti concreti. E se non lo fa non può prendersela con nessuno se non con se stesso e la propria inadeguatezza.
Si sono avute delle esperienze virtuose, esperienze insignificanti per l’incapacità a cimentarsi con questo grande e innovativo campo del lavoro politico, esperienze disastrose laddove il politico di turno ha confuso la professionalità richiesta ad un dirigente o funzionario con la fedeltà alla sua persona o al suo partito. Anche la preziosa possibilità per il “nuovo” sindaco di ricorrere a professionalità esterne è sfociato troppe volte in operazioni clientelari e di basso profilo professionale con la conseguenza di mortificare le risorse umane disponibili nell’amministrazione.
Ma temo che vi stiate chiedendo ascoltando quello che dico: allora il tema della amministrazione e della organizzazione delle risorse umane è questione di chi gestisce il governo; noi siamo consiglieri comunali e quindi a noi non ci riguarda! Non è per garbo nei vostri confronti che invece vi dico no, non è così. Siete consiglieri comunali, fra l’altro di maggioranza, e su di voi poggia il compito di dare indirizzi programmatici e progettuali alla Giunta e al Sindaco. Questo lavoro, che non sempre sapete di dover svolgere oppure rinunciate a svolgere per non dare disturbo, vi mette nelle condizioni di pretendere la collaborazione degli uffici sia nel lavoro delle commissioni di merito sia per le sedute del Consiglio Comunale. Alcune figure, poi, come il segretario comunale ha come compito d’istituto quello di assistere gli organi. Come consiglieri comunali svolgete poi una non meno importante funzione di controllo. Il rendiconto annuale ad esempio erroneamente occupa nella attenzione dei consiglieri poca attenzione rispetto al bilancio di previsione. Invece è su quello che voi potete esercitare al meglio la vostra funzione di verifica dello stato di attuazione dei programmi e quindi imporre correzioni di rotta che possono comportare anche un diverso impiego delle risorse umane. Lo so che è difficile fare i consiglieri soprattutto di maggioranza e che spesso quelli di minoranza con la loro demagogia e con il loro populismo rendono ancora più difficile dare un senso di governo al vostro ruolo. Ma è nell’interesse dello stesso Sindaco e della stessa Giunta che invece dovete impegnarvi a fondo e non rinunciare nel modo più assoluto all’esercizio delle vostre prerogative.
Ora veniamo ad alcune indicazioni più operative.
1 L’atteggiamento da tenere verso l’amministrazione. L’amministrazione, come abbiamo detto è lo strumento attraverso cui le parole diventano fatti, gli impegni politici risultati. Io credo fermamente che il migliore atteggiamento da tenere è questo: ogni mattina che si entra al lavoro bisogna chiedersi che cosa posso cambiare oggi nel modo di fare e di erogare i servizi? Il cambiamento non è un vezzo, una ginnastica, è una necessità. Quindi anche se una cosa funziona da anni in un certo modo, e a voi e ai dipendenti del comune sembra tutto sommato che vada bene, non è detto che non si possa ragionare per farla funzionare in modo diverso. Questo significa aggiornare continuamente la missione, avere chiaro il contesto nel suo continuo cambiamento, i destinatari che non è possibile che siano sempre gli stessi. Pensate ai cambiamenti sociali, demografici, tecnologici, di disponibilità di risorse. So che è proprio difficile portare avanti con coerenza questo modo di fare, ci si scontra con incrostazioni, mentalità, privilegi. Ma è su questo che si misura in gran parte la capacità di governo. Certo è indispensabile avere una visione, non procedere a casaccio sull’onda delle suggestioni quotidiane magari del primo comitato che sorge o del l’articolo del giornale locale. Ci vuole visione e condividerla con la struttura per farla sentire parte integrante di un percorso, di un progetto. Non si può certamente fare procedendo per diktat, minacce ecc. Anzi questo è il modo per non riuscire a cambiare proprio niente. Quando ero sindaco facevo sempre questo esempio: se avete davanti a voi un materasso di gomma e vi proponete l’obiettivo di sfondarlo, non dovete dargli un cazzotto a tutta forza perché è probabile che vi facciate male al polso a causa del rinculo, dovete invece con un dito premere con costanza fino a quando non si apre un varco. Ma al di la degli esempi il tema è avere visione, essere continui nell’azione, condividere gli obiettivi con la struttura.
2 Separati o distinti. Sulle strutture amministrative da alcuni lustri pesa questo interrogativo. Cosa vuol dire che la dirigenza è autonoma? E’ questo un fattore di separatezza dalla politica e dal suo potere di indirizzo e dalle sue decisioni? Se così fosse sarebbe davvero un bel guaio. L’autonomia della dirigenza è un principio irrinunciabile del buon andamento della amministrazione. Ma questo non vuol dire che è “separata” dal governo politico, il termine giusto secondo me è “distinta”. Le due sfere si toccano, interagiscono, ma rimangono distinte. La responsabilità del dirigente deve essere chiara, verificabile, e un buon dirigente collabora alla realizzazione degli obiettivi del governo, ma risolutamente si oppone ad invasioni di campo della politica negli aspetti gestionali necessari a realizzare gli obiettivi che la politica gli affida. Qualche volta è il dirigente stesso che non essendo all’altezza aspetta indicazioni di dettaglio da parte della politica, ne asseconda i fini per accaparrarsi il consenso del politico di turno, anche quando questi sono chiaramente in contrasto con i principi di efficienza, economicità, trasparenza. Qualche volta è la politica che non sa svolgere il suo ruolo e quindi pensa di conquistare il consenso intromettendosi con aspetti di dettaglio dell’agire amministrativo per lo più a fini clientelari. In Italia entrambi i vizi sono abbastanza diffusi e purtroppo se ne vedono i risultati.
3 Interni o esterni. Un altro dilemma è meglio interno o esterni? Ovvero le professionalità di cui l’amministrazione dispone devono bastare a se stesse o è necessario richiamarne alcune da fuori. Se sì quante e sopratutto come. Sul quante purtroppo la solita legislazione nazionale di dettaglio ha imposto un tetto del 10% che come tutte le percentuali è talmente ridicola per cui non perdo nemmeno il tempo a polemizzarci sopra. Sembra che il Padreterno ci abbia dotato del libro arbitrio e quindi di responsabilità. sarebbe sufficiente rendere stringenti i parametri di una vera autonomia per liberarsi di tute queste assurdità. Allora mi limito a qualche paletto per delineare il mio pensiero:
a) la pubblica amministrazione non è una azienda ( chi dice il contrario non sa di cosa parla!);
b) comunque sia alcuni criteri gestionali delle aziende private possono entrare dalla porta principale nella pubblica amministrazione perché possono essere utili ad ottimizzare le risorse, stimolare la formazione, versatilità dei dipendenti e la loro capacità di autonomia operativa e autovalutazione;
c) se si prendono professionalità dall’esterno ( compreso quelle di diretta collaborazione) non sta scritto da nessuna parte che debba avvenire in assenza di procedure selettive ad evidenza pubblica. Si deve sapere il profilo professionale che si sta cercando, chi fa la scelta e il curriculum del prescelto. Ho sempre apprezzato che le commissioni consiliari di merito audiscano il professionista prescelto, non per esprime re un gradimento ma per far sentire il fiato sul collo a chi è titolare della scelta che sa di poter andare incontro ad una contestazione pubblica da parte di un organo consiliare qual’ora la scelta non sia ricaduta su una figura professionalmente valida;
d) se si assumono una serie di dirigenti esterni l’errore più grande che si può fare è quello di sovrapporli ad una struttura organizzativa che rimane sostanzialmente inalterata. Quasi si trattasse di una manifesta manifestazione di sfiducia verso “gli interni” che a quel punto rigetteranno gli innesti nuovi, il cerchio magico del governante di turno sovrapposto e contrapposto alla struttura. L’approccio corretto è quello di condividere e comunicare ( anche per questo sono utili delle professionalità) l’esigenza di una complessiva riorganizzazione dovuta al programma e agli obiettivi di governo. Da questo progetto di riorganizzazione deve discendere l’individuazione delle professionalità necessarie, interne o esterne, tutte facenti parte dello stesso progetto. Tutti devono stare dentro ad una idea di valorizzazione professionale, allora sì l’innesto di professionalità esterne e la contaminazione che si creerà con quelle interne sarà virtuosa.

4 Privato funziona pubblico no. Di leggende metropolitane ve ne sono molte, questa è una delle più diffuse e delle più infondate. Il rispetto per il mondo della impresa privata ci deve essere tutto. Si tratta di realtà che rischiano quasi tutto in proprio ( rischiano anche i lavoratori che gli garantiscono quel valore aggiunto che diventa profitto e qualche volta capitale, rischiano i cittadini attraverso le banche che prestano loro il denaro con la possibilità di non vederselo restituito); possono andare incontro a travolgenti successi come ad altrettanto travolgenti fallimenti che diventano perdite pubbliche in denaro speso per ammortizzatori sociali, in mancati contributi, in danni ambientali enormi. Sono realtà dove la prudenza e la scaltrezza si sfidano continuamente e quindi il “genio imprenditoriale” certamente esiste ma esiste anche la corruzione, l’evasione fiscale, lo spionaggio industriale, addirittura lo schiavismo. Sono veloci nel capitalizzare le innovazioni e i cambiamenti ma è per lo più la ricerca pubblica, in campo medicale, militare, dei materiali ad offrirgli la leva per il loro sviluppo. Contribuiscono a reggere le sorti di un sistema paese ma non lo fanno di certo più del contributo pubblico allo stesso obiettivo. Quindi da dove deriva tutto il successo di questa leggenda metropolitana? Bisognerebbe tornare indietro di qualche decennio negli Stati Uniti per trovarne le fondamenta ideologiche. Sì si tratta di una ideologia politica, economica, finanziaria che ha egemonizzato il mondo nell’ultimo quarantennio. Spesso dietro vi si nasconde l’assoluta indifferenza per la povertà, per la disuguaglianza, per i diritti, per le opportunità, per le regole della trasparenza, della correttezza, della tutela di un pur minimo bene comune. Ma questo non assolve le inefficienze, le ruberie, le vere e proprie porcherie che si annidano nelle pieghe del sistema pubblico. Constato però che a queste viene dato molto risalto mentre alle analoghe che si riscontrano nel mondo imprenditoriale privato quasi nessuno. Anzi capita che figure che hanno patteggiato una condanna per evasione fiscale, inquinamento ambientale, diventino ascoltati commentatori o ancora di più. Questa forse troppo lunga premessa per dire che non ci si deve affezionare alle leggende metropolitane.
Detto questo una amministrazione pubblica che da servizi si troverà necessariamente a riflettere su questo concetto: un servizio pubblico, cioè di pubblica utilità, può essere gestito dal privato? La mia risposta è: dipende. Date le premesse che ho appena detto è evidente che non considero che quel servizio di pubblica utilità gestito dal privato dia migliori risultati in termini qualitativi. Quindi il mio “dipende” non ha nulla a che vedere con la ricerca di una qualità migliore. Penso invece che quel dipende abbia a che fare con le condizioni di contesto in cui operano le amministrazioni pubbliche. Se al centro vi è la necessità di dare un servizio ad una platea più ampia di utenti possono esserci ragioni di scarsità di risorse finanziarie, oppure blocchi ripetuti nella possibilità di assumere, la necessità di acquisire tecnologie particolari di cui il pubblico non dispone e non può acquisire, tute queste ragioni possono portare alla necessità di aprire la gestione di servizi di pubblica utilità al privato sociale e anche al privato tout court. La peggiore delle cose è arrivare a queste scelte in uno stato di emergenza, magari sotto l’influsso di un dibattito demagogico o ideologico, e ricorrendo ad appalti al massimo ribasso. Per questo il possibile coinvolgimento del privato sociale o del privato nella gestione di servizi pubblici va programmato con una visione pluriennale, usando i dati di bilancio che sono a disposizione, come lo sono quelli demografici ecc. Se le cose si programmano e si discutono per tempo si può meglio distinguere quali servizi per le loro caratteristiche sono più adatti o se si vuole meno problematici per il coinvolgimento del privato nella loro gestione; si può programmare un a riconversione del personale dipendente in una funzione di controllo del servizio affidato, si può avviare un programma di formazione congiunta del personale dipendente della amministrazione con quello delle cooperative o delle società che si aggiudicano la gestione. Insomma di necessità si può fare virtù. Ma la cosa che tengo molto sottolineare è il tema delle professionalità. Un conto è avere professionalità formate per gestire direttamente un servizio, un altro conto è avere professionalità capaci di predisporre un appalto per un servizio, un contratto di servizio, di esercitare funzioni di monitoraggio e controllo. Per questo ho accennato prima alla necessità di pianificare il ricorso al privato sociale o alle imprese per la gestione di servizi di pubblico interesse, perché in assenza di pianificazione e predisposizione di professionalità adeguate si finisce, magari nella logica di fare presto, a mettersi totalmente nelle mani dei privati che finiscono per passare agli uffici pubblici bozze di bandi di gara, di contratti di servizio ecc. e questo è molto pericoloso per enne motivi. Quando si parla di capitale umano è anche di questo che si deve parlare.
5 Fare presto ma, ovvero combattere la corruzione. Chi lamenta costantemente la lentezza della amministrazione pubblica tocca un tema rilevante. Una risposta non data in tempo utile può significare un investimento mancato oppure un investimento sbagliato, può significare un diritto negato o un diritto riconosciuto quando ormai il danno è stato fatto e il consenso ottenuto assume il sapore di una beffa. Tempi certi di risposta e risposte certe questa è la frontiera e a nessuno deve essere consentito di evitare di dare una risposta certa che sia essa affermativa o negativa. Sono anni che si balla su questo filo e si trovano sempre ragioni per derogare a questo sacrosanto diritto del cittadino che si volle sancire con la legge 241 del 1990. Ogni ministro ha trovato argomenti per consentire alla “sua” burocrazia di prendersi più tempo, o di trincerarsi dietro la non risposta. Tutto questo è POLITICAMENTE scandaloso. Le strutture pubbliche devono essere messe in condizione di adempiere pienamente al loro dovere istruttorio e autorizzatorio. Questo è un problema organizzativo, di risorse umane e tecnologiche quindi un problema di governo politico delle strutture. Ma giriamo la medaglia dall’altro lato e facciamoci la fatidica domanda: a chi giova ( a chi è giovato) questo sistema? Giova a quelle imprese che vogliono avere una autorizzazione anche se le regole in essere non lo consentono e così nella indeterminatezza dei tempi certi di risposta “comprano” il consenso corrompendo o ricorrendo a tribunali amministrativi compiacenti o prodighi di “sospensive”. Nella incertezza cova il male più grave che assieme alla evasione fiscale affligge il nostro paese: la corruzione. I corruttori siano cittadini o imprese non vogliono risposte certe vogliono risposte affermative e godono nella indeterminatezza delle norme e delle procedure, i corrotti specularmente vivono nella stessa condizione. Oggi si stanno facendo timidi passi avanti. Vi è finalmente una legge, vi è una autorità nazionale che lavora alacremente, vi sono piani che ogni amministrazione deve fare per prevenire il fenomeno. Non possiamo attenderci esiti miracolistici ma bisogna tenere fermo il timone e perseverare. Molto importante in questa lotta è la piena adesione al FOIA (freedom of information act) ovvero la piena trasparenza attraverso la rete e il pieno accesso agli atti attraverso questo strumento. Oggi ci impressioniamo per la frequenza con cui emergono fatti scandalosi di corruzione, ma pensiamo un attimo al fatto che oggi emergono perché le tecniche investigative e di verifica si sono evolute tecnologicamente dando alla azione repressiva più forze e tempestività. Rimane invece, e questo voi che fate politica nel consiglio comunale dovete averlo ben chiaro, la responsabilità per prevenire certi fenomeni. Prima ho detto che la domanda da porsi è cosa posso fare oggi per cambiare i servizi del mio comune, bene se prendete come bandolo della matassa una efficace lotta alla corruzione vi verranno di conseguenza idee molto interessanti su come riorganizzare i vostri servizi. Infine su questo argomento voglio dirvi una cosa che in tempo di antipolitica e di demonizzazione dei partiti nessuno vi dirà: un partito forte, organizzato nel territorio e autonomo dagli amministratori è uno strumento potentissimo per fare trasparenza. Un partito vuole dire migliaia di occhi e orecchie che verificano quotidianamente, vuol dire organi dirigenti capaci di richiamare un amministratore pubblico al primo sintomo di deviazione. Insomma partiti deboli uguale rischi maggiori non tanto a causa di comportamenti devianti degli amministratori ma a causa della loro solitudine di fronte alle pressioni indebite e al tema del consenso.
6 I controlli. Che spazio ha il sistema dei controlli in questa battaglia per fare presto ma in modo trasparente e corretto. O meglio nei comuni abbiamo conosciuto tangentopoli quando al vertice della amministrazione vi era il segretario comunale e poi esistevano i CORECO, ma smantellati quei sistemi ciò che è stato organizzato dopo ha funzionato? Il controllo con le riforme degli anni ’90 è diventato un elemento del governo delle strutture: controllo di gestione, nucleo di valutazione, revisori dei conti, responsabile del procedimento tutto questo doveva spingere verso a forme di controllo meno burocratiche e formali e più connesse ad una struttura che mentre lavora per raggiungere i suoi obiettivi riceve notizie capaci di correggere al meglio il percorso. Ha funzionato? No. Almeno non del tutto. Eppure un ritorno a vecchi controlli esterni a me pare del tutto sbagliato. Per me rimane determinante 1) la chiarezza del responsabile del procedimento che risponde degli aspetti formali e sostanziali dell’atto amministrativo; 2) che nella gestione delle procedure la trasversalità delle competenze dei vari servizi sull’atto sia anche un modo per vedere con “più occhi” quello che si fa e come si fa; 3) che vi sia una tracciabilità delle procedure e degli apporti in rete sempre verificabile; 4) che i sistemi di valutazione evidenzino anomalie e offrano anche elementi per premiare quei dirigenti più attenti ed efficaci a questi aspetti; 5)che ci sia una attitudine alla rendicontazione fatta in modo professionale che non ha niente a che vedere con la propaganda
7 Tecnologie e capitale umano, per fare tutto ci vuole il fisico. Come spero si sia capito parlare di risorse umane non significa solo parlare di assunzioni. Significa parlare di professionalità, di organizzazione, di autonomia, di formazione, di pianificazione, di premi e sanzioni, di sistemi di valutazione e controllo. Ma come si può pretendere che tutto ciò sia fattibile in strutture amministrative talmente piccole che solo accennare ad uno di questi temi può far sorridere? Non è in discussione l’identità dei piccoli comuni ma è del tutto evidente che dotarsi di figure professionali adeguate e utilizzare le tecnologie al massimo delle loro potenzialità significa anche darsi una dimensione adeguata. Per questo il mio invito è tenere connesse le cose che ci siamo detti questa sera al dibattito sul riordino istituzionale, su ciò che sostituirà le province nel governo di area vasta, sulle unioni e sulle fusioni dei comuni, insomma bisogna tenere largo l’orizzonte per poter fare cose giuste sul tema delle risorse umane.
8 L’approccio al tema di questo Governo. Come si muove il Governo su questi temi? Le leggi promosse dal Governo e approvate dal Parlamento sono per lo più leggi delega che quindi rimandano ad un numero piuttosto consistente di decreti delegati. Il mio invito è di avere presenti i principi di queste deleghe che potete trovare 1) nelle nuove norme per il contrasto della corruzione; 2) nella riforma del codice degli appalti; 3)nella riforma della PA e in particolare nella riforma della dirigenza, del reclutamento, della formazione, della autonomia dirigenziale, del rapporto fra politica e amministrazione; 4) aggiungerei nella riforma del terzo settore per il peso crescente che avrà nel prossimo futuro per l’erogazione dei servizi pubblici. Tutte queste leggi danno il quadro di un impegno importante e tutto sommato coerente. Ora si tratta di vederne gli sviluppi concreti. ( per approfondimenti suggerisco il sito www.deputatipd.it. )
Grazie per l’attenzione.

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