Nel 70°della liberazione di Pesaro

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Oggi, settanta anni fa Pesaro si riscopriva libera. L’azione delle truppe alleate, quelle polacche dell’VIII armata in particolare e della brigata Maiella, iniziata il 29 agosto il 2 settembre era conclusa. il vertice orientale della linea gotica era espugnato, ma gli echi della guerra sarebbero giunti ancora forti perché quella linea avrebbe resistito ancora a lungo arretrando facendo pagare un prezzo altissimo alle truppe di liberazione e ai partigiani su per le colline di Tavullia e poi della Romagna. Pensate che dovettero passare ancora 8 mesi e un interminabile inverno perché il 21 aprile gli stessi polacchi dell’VIII armata e i combattenti della brigata Maiella entrassero a Bologna il 21 aprile del 1945. I pesaresi rientrando in città la trovarono devastata. oltre il 40% della città era letteralmente distrutta. Dev’essere stato un pò come quando in televisione vediamo quei poveri palestinesi rientrare a Gaza alla ricerca della loro casa con un fagotto di stracci o un carretto su cui portare i simboli di una vita sopravvissuta, con la differenza che a Gaza sanno che domani può accadere di nuovo, mentre i pesaresi poterono respirare quello che credo sia stato l’impareggiabile profumo della libertà. Ora settant’anni dopo sappiamo che ricostruire è possibile, che dalle macerie l’uomo è in grado di rimettere insieme una civiltà, un benessere allora sicuramente inimmaginabili. Il motore stette tutto dentro quella lezione drammatica. Una intera generazione tornò a dividersi, a combattersi politicamente, ma non dimenticò mai la lezione di quella guerra. Gente che aveva da soldato combattuto per il fascismo convinta di combattere per la patria si ritrovò poi a commemorare la liberazione assieme a quelli che resistettero, furono esiliati, si aggregarono in brigate partigiane spararono addosso a chi stava dalla parte del fascismo. Una lezione che ha plasmato la costituzione, le leggi, i comportamenti per ancora molti anni, che ha aperto il sogno ideale dell’Europa ad una prospettiva di concreta edificazione. Oggi quella generazione non c’è più e anche quella successiva che ha potuto alimentarsi di quella lezione dalla voce diretta dei protagonisti, sostanzialmente la mia, lascia il passo. La nuova la vedo smarrita. Al di la del riferimento retorico a quegli ideali esprime un pensiero e una modalità politica altra rispetto ai capisaldi di quella lezione che impose la moderazione e il dialogo in ogni circostanza con chiunque fosse in grado di evitare la degenerazione della situazione. Insomma non si butta giù un muro incuranti che poi cada la casa come è avvenuto recentemente in medio oriente. Ricordiamo la vicenda dei missili sovietici a Cuba? Gli Stati Uniti non potevano accettare che un isola a 80 miglia dai suoi confini ospitasse basi missilistiche sovietiche in grado di colpire il suo territorio. Furono ore convulse sul filo della rottura eppure il dialogo fra Kennedy e Kruscev e l’intervento di Giovanni XXIII evitarono il peggio. Guardiamo ora la vicenda Ucraina, ma davvero si può immaginare che la Russia accetti che questo paese entri nella Nato ospiti basi militari che possono in un battibaleno colpirla? E da dove vengono questi leaders che oggi parlano di basi in Ucraina o questo Rasmussen che perora l’ingresso dell’Ucraina nella nato proprio ora? E se paradossalmente il Messico facesse un accordo con la Cina per mettere basi missilistiche ai confini con gli USA? Secondo me c’è una vena di presunzione e leggera follia che sembra guidare questi nuovi leaders che sembrano aver perso il senso della realtà e della complessità delle cose. Dietro ad essi fanno capolino i grandi interessi dei colossi energetici e gli immarcescibili produttori di armi. Credo che l’opinione pubblica non possa solo assistere a tutto ciò.

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