Non si combatte la cattiva politica adeguandosi ai suoi difetti

pesaro

Bisogna liberarsi dalla demagogia neocorporativa prima che sia troppo tardi.
Nella mia città con questa primavera anticipata ed evidentemente malata più che le margherite, le viole e le primule fioriscono liste. In entrambi gli schieramenti principali che si contendono realisticamente il futuro governo della città, ma ad onor del vero la parte già al governo, mi guardo bene di definirla politicamente, sembra eccellere in questa pratica.
Un bel libro del professore Enzo Cheli, ottimo costituzionalista, si intitola “Nata per unire” il riferimento è ovviamente alla nostra Carta e alla capacità di sintesi che le classi dirigenti rappresentate nella Assemblea Costituente seppero fare partendo da ideologie contrapposte e da una realtà nazionale drammaticamente frantumata dal punto di vista sociale e politico. l’imperativo fu, trovare un comune denominatore, saldare ciò che era diviso, dare al Parlamento , al Presidente della Repubblica alle altre istituzioni il compito non di tutelare i frammenti ma rappresentare l’insieme dell’interesse nazionale.
Per un partito che ha perso il senso della sinistra ma che si chiama Democratico questo dovrebbe essere rimasto un imperativo: in una realtà che esalta le differenze e la frammentazione sociale, il governo democratico, se così si intende qualificarlo, lavora per rappresentare l’insieme e non le parti, lavora per contenere gli egoismi corporativi, generazionali, professionali, a vantaggio di una idea coesa di comunità.
E’ del tutto evidente che farsi rappresentare da liste che si definiscono per essere di uomini e donne sotto i trent’anni ( quando tarderà a nascere quella degli ultra-sesantenni?); per essere di cittadini che hanno come protesi attaccata al culo la macchina e come programma un parcheggio; per essere “amici dello sballo libero” e per programma hanno libertà fino alla illegalità dei gestori di spiaggia con annesso divieto alla PM di metterci il naso; per essere rappresentanti di società sportive e che per programma hanno la richiesta di maggiore sfruttamento a proprio vantaggio del patrimonio pubblico sportivo; produce un quadro che non ha nulla a che fare con una cultura democratica del governo.
Ci sono precedenti, le liste dei pensionati, delle casalinghe di qualche anno fa che si ritenevano tramontate assieme al populismo prima maniera di Silvio Berlusconi.
Qui invece assistiamo ad un sofisticato perfezionamento di quel sistema e la cosa allarma non poco.
O meglio dovrebbe allarmare non poco, non tanto me che non voglio avere niente a che vedere con questo andazzo, ma qualsiasi sincero democratico e so bene che anche nel PD locale qualcheduno ne è rimasto.
Quello che sta accadendo nel silenzio assoluto è veleno che viene immesso a dosi massicce nelle vene della democrazia locale. Gli effetti, se non oggi, domani o dopodomani potranno essere solo pessimi. Corporativismo, egoismo, familismo, clientelismo.
Qui il punto sembra non essere più decidere con chi stare in una bella competizione elettorale, ma come spezzare questa deriva dannosa per la comunità.

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