Unioni e Fusioni dei Comuni

sswsw

IL TESTO COMPLETO DA CUI  E ‘ STATA TRATTA L’INTERVISTA AL MESSAGGERO – Pesaro del 30/9/2015

Tutti i comuni oggi sono in difficoltà. Fra essi i più piccoli lo sono di più. I piccoli comuni (sotto i 5000 abitanti) sono 5652 (70,15 del totale) e nei loro territori vivono 10.190.451 cittadine e cittadini ( 17,07% del totale). Con la fase della crisi delle grandi città-fabbrica fra gli anno 80 e 90 si ebbe uno spostamento demografico verso i medi e piccoli centri urbani sedi di distretti manifatturieri di successo, ma la crisi che dal 2007 colpisce in misura maggiore proprio il manifatturiero sta spingendo la popolazione, soprattutto quella immigrata cui è affidata la nostra tenuta demografica, di nuovo verso le aree urbane più grandi ( o addirittura vero paesi stranieri). Quindi nei piccoli centri viviamo congiuntamente un processo di crisi finanziaria e di invecchiamento medio della popolazione con effetti scontati sulla erogazione ottimale dei servizi e sulla loro sostenibilità economica, il resto lo fanno le nuove tecnologie che spingono le aziende di servizi ad aumentare la produttività attraverso processi di radicale riorganizzazione puntando all’ottimale sfruttamento dell’investimento in tecnologie capaci di servire bacini di utenza molto vasti. Di fronte a questi dati la capacità di autogoverno del sistema locale è stato particolarmente inefficiente. Si è atteso troppo prima di fare i conti con un sistema istituzionale frammentato, lasciando che le cose scivolassero verso l’emergenza invece di assumersi l’onere di governarle con una visione nuova. Solo negli ultimissimi anni grazie alla obbligatorietà di associare le funzioni e grazie agli incentivi il fenomeno delle Unioni ha assunto dimensioni significative ma ancora del tutto insufficienti: le Unioni sono 434 e vi aderiscono 2.276 comuni ( 28,28% del totale). Per quanto concerne le fusioni i dati in mio possesso dicono che appena 28 nuovi comuni sono nati da fusioni e interessano 66 comuni. E ad aggravare il dato c’è il fatto che sia le unioni che i nuovi comuni nati da fusioni sono di piccole, troppo piccole dimensioni: il 57% sotto i 15.000 abitanti, solo il 10 % sopra i 50.000 abitanti. Studi recenti depositati all’attenzione della Camera dei Deputati evidenziano il salto di efficienza tecnica ( il che significa competenze professionali e uso pieno delle tecnologie disponibili) di buona parte dei servizi sopra la soglia dei 100.000 abitanti. So bene che raggiungere quella soglia è più facile perseguendo l’unione piuttosto che la fusione, almeno in via transitoria. Però rispetto all’unione la fusione ha altri vantaggi: elimina davvero in modo radicale la duplicazione di strutture e passaggi amministrativi; chi vota in un nuovo comune frutto di una fusione riavvicina la democrazia politica alla gestione dei servizi, invece con la unione il cittadino elegge dei rappresentanti che a loro volta delegano altri rappresentanti a gestire i servizi in unione ( e questo a parere mio è un fatto rilevantissimo in una situazione segnata dalla disaffezione per la politica e per la partecipazione al voto); in terzo luogo la fusione da luogo a qualcosa di irreversibile che sottrae il destino della istituzione agli umori connessi al cambio di colore politico delle amministrazioni cosa che invece affligge le unioni. Ma una classe dirigente deve chiedersi perché nonostante tutti questi vantaggi cui si aggiungono quelli economici connessi al patto di stabilità il fenomeno di unioni e fusioni procede in modo così stentato e insufficiente. Il fatto è che si parte dal tetto invece che dalle fondamenta,e nel tetto spesso svetta l’interesse immediato di qualcuno, ente e/o persona, rispetto ad una visione comunitaria. Eppure le strade di successo non mancano e a volte copiare bene è un buon metodo. Il processo di Unione e ancora di più quello di fusione deve muovere da una visione strategica costruita con i cittadini e gli attori sociali, sia in termini di strategia per i servizi sia in termini di strategia di interlocuzione con il sistema eonomico-sociale; deve avere in testa che si deve misurare con il tema per nulla antico ma modernissimo della costruzione di una identità locale. Cultura, sport, tempo libero, scuola, patrimonio artistico, aree industriali, tradizioni, paesaggio, sono tutti elementi che concorrono a sedimentare una identità locale che non è qualcosa da difendere o da superare ma da rifondare. Sbaglia chi si chiude in una difesa della identità locale quasi fosse qualcosa di immutabile mentre invece già oggi essa è stata modificata dai luoghi che frequentiamo per studiare, per lavorare, per svagarci e che non coincidono più con le nostre “mura” per non dire degli immigrati in cerca di radicarsi in un luogo non loro, per non dire del ruolo delle tecnologie e dei social network. Ma sbaglia anche chi non da peso strategico a questo aspetto da cui dipende gran parte della coesione sociale; sbaglia, cioè, chi pensa che sia solo un fatto di soldi o di efficentismo. La linea di intervento su questo tema deve essere forte e chiara fin dalle prime battute della costruzione di una Unione o di un nuovo comune e non la si può affidare solo all’idea che avremo più soldi da spendere. Da ultimo è importantissimo il dibattito, il confronto con i soggetti sociali, le parrocchie, i circoli culturali. La bella esperienza della Valsamoggia (ER) ha rischiato di naufragare nel referendum a causa della bassa partecipazione al voto e perché uno dei 5 comuni interessati ha detto no. Lì un comune su quattro ha detto no e la regione ha potuto “forzare”, ma se fosse stato un comune su due? Il Referendum è un brutto passaggio, vi si scaricano più le demagogie che le ragioni meditate. Ecco perché un percorso di Unione o di fusione deve dirsi tale, percorso, e non sarebbe male appoggiarsi a facilitatori che hanno esperienza di costruzione di scelte condivise. Ho letto le opinioni tutte rispettabili del sindaco di Pesaro, di Mombaroccio, Montelabbate, del sindaco di Gradara, della Proloco di Mambaroccio, le vicende del corpo di Polizia Municipale. Insomma mi pare che ci sia materia per essere preoccupati che azioni di aggregazione procedano con parallele tensioni potenzialmente disgregatrici, c’è bisogno complessivamente di uno sforzo generale per fare meglio ciò che deve essere fatto per mettere al primo posto il servire i cittadini nel modo più adeguato.

Condividi questo articolo Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on StumbleUponShare on Tumblr

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *