WELFARE AZIENDALE? NO GRAZIE!

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Credo di conoscere abbastanza bene l’esperienza imprenditoriale, sociale e culturale di Adriano Olivetti. Ho guardato in TV con un interesse particolare la fiction su Luisa Spagnoli. Non ho pregiudizi, anzi ammirazione sincera verso i pionieri di un modo diverso di fare impresa, dove la/il dipendente è una persona e non un numero, dove l’azienda si sforza di dare risposte a bisogni sociali e culturali del personale perseguendo così una valorizzazione di ciò che orrendamente viene chiamato capitale umano e ricevendone indietro un legame più forte e qualificato fra il personale e l’azienda ( la chiamano fidelizzazione con un termine che si addice meglio ad un cane che ad un essere umano). Oggi mi si dice che Luxottica si muova nella stessa direzione, ma non avendone una conoscenza approfondita, preferisco non sbilanciarmi in giudizi perché so quanto è scivoloso questo terreno.
La fregatura è sempre dietro l’angolo e quello che può apparire umana attenzione si rivela tutta un’altra cosa. Non paragonerei infatti il modo illuminato di fare impresa da parte di Olivetti al paternalismo aziendale delle Poste italiane sotto il regime fascista e dopo e neppure a quello dell’ENI del partigiano Mattei.
Comunque sia paternalismo o imprenditoria illuminata sono esperienze che non assomigliano a quello che oggi sostiene il nostro Governo e a quello che sostiene con tanto calore il presidente di Finmeccanica quando parlano all’unisono di welfare aziendale come modello del futuro sistema di protezione sociale e soprattutto hanno ben poco a che spartire nella realtà odierna e con i diritti di cittadinanza di un lavoratore, almeno secondo me. Uso questa formula dubitativa perché non ho ascoltato reazioni e commenti precisi e forti né in Parlamento né fuori a quello che a mio parere ( vorrei sbagliarmi) rischia di essere una piega pericolosa del nostro sistema di welfare,spacciando una cosa vecchia per una scelta moderna e lungimirante.
Ma andiamo per ordine: Cosa dice il comma 190 della legge di stabilità? Dice che non fanno parte del reddito del lavoratore, e quindi sono fuori da ogni tassazione, opere e servizi riconosciuti dal datore di lavoro volontariamente o in seguito ad accordi aziendali. Queste opere e servizi devono essere rivolti alla generalità dei dipendenti o a categorie di essi, nonché ai familiari dei medesimi. Riguardano l’educazione, l’istruzione, ludoteche, centri estivi ed invernali, borse di studio, assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti. Per tutta questa partita che comprende anche altri aspetti, il Governo ha messo a disposizione una cifra fra i 450 e 500 milioni di euro. In questo modo il Governo tende a sostenere gli accordi aziendali in funzione di una maggiore produttività: più i dipendenti stanno bene più producono e meno protestano o si assentano La logica è questa.
Allora direte voi che c’è di male? Non è forse meglio che un operaio o un impiegato riceva questi servizi che corrispondono pienamente alla spesa fata dall’imprenditore piuttosto che avere aumenti che una volta tassati arrivano in busta con tagli del 30/40%?
Allora devo spiegarmi bene. Agli albori del secolo scorso la nascita del welfare fu strettamente connessa al lavoro. All’impresa conveniva dare qualcosa in termini di welfare per evitare proteste, scioperi ecc. e il sistema di welfare si orientò nettamente verso una idea risarcitoria del lavoratore maschio, adulto sia con una forma di garanzia verso l’infortunio sia in una forma di salario differito con la previdenza. Tutta la storia del novecento è storia di ampliamento del welfare ad una idea di cittadinanza piena. Una lotta tanto lunga che si arrivò ad un sistema di tutela sanitaria universale solo nel 1978. Chi furono i protagonisti di questa battaglia: le donne, gli studenti, gli stessi operai, ma anche i lavoratori autonomi del commercio, della agricoltura, dell’artigianato.
L’idea di fondo è che ci sono diritti di cittadinanza che non possono essere legati al solo fatto di essere occupati magari in aziende sufficientemente grandi da potersi  permettere certi benefit. Ci sono diritti che devono essere universali e parte inalienabile dell’essere cittadino.
L’idea di fondo è che la cura della persona va organizzata nel territorio a partire dal ruolo dei comuni e con il contributo di tutti i soggetti che al benessere nel territorio possono concorrere.
L’idea di fondo è che in un mondo che cambia demograficamente in modo traumatico ( siamo ormai passai da un nonno per 4 bambini a 4 nonni per ogni bambino) bisogna sempre più ridurre bonus e trasferimenti monetari e organizzare servizi capaci di prendere in carico la persona.
Prima di scrivere questi appunti, mi sono andato a rileggere la legge 328 del 2000. La legge del centro sinistra ( quello vero!) che ha riformato l’assistenza dopo 110 anni. Volevo capire se mi era sfuggito qualcosa, se ricordassi male. Chi ha apprezzato e apprezza quella legge non può accettare a cuor leggero l’espansione del welfare aziendale che corrisponde a minori entrate per il fisco e quindi a meno risorse da impegnare nei servizi. Non può accettare che si progetti, ancora con cifre contenute, una progressiva privatizzazione nella fornitura di servizi con la scusa di benefit aziendali esentasse. Non può accettare a cuor leggero che i comuni vedano ridotto il loro spazio di azione nella analisi dei bisogni e nella programmazione delle risposte di una comunità che sempre più va vista nel suo insieme.
Del resto chi può smentirmi se dico che oggi il valore della cittadinanza e dei diritti ad essa connessi prescinde dalla condizione di lavoratore occupato in una grande azienda se è vero come è vero che si predica che dovremo convivere con un tasso di disoccupazione alto, che le innovazioni tecnologiche sempre più raffinate cancelleranno professioni che oggi danno lavoro a milioni di persone ( nel 2025 1 macchina su 10 camminerà senza autista negli stati uniti), che i nostri giovani dovranno essere flessibili e passare da un lavoro ad un altro con pause di inattività significative, che l’autoimprenditorialità sarà anche un tantino precaria ma è un valore. Voglio dire in modo un po’ brutale: si dipinge un modello di futuro e poi si vanno a ripescare formule che risalgono agli albori del capitalismo solo per fare contenta Confindustria?
No tutto questo non mi convince. Suggerisco di concentrarsi sulla redistribuzione del reddito, su una lotta strenua alla evasione e alla elusione fiscale e riproporre un modello appunto quello della 328/2000 che ha al centro il territorio come area operativa; il comune, il volontariato e il privato sociale come soggetti capace di integrare l’offerta di servizi; la donna, l’uomo, l’anziano e il giovane come destinatari. Capisco che c’è chi ci vuol far fare un capitombol0 all’indietro di un secolo ma almeno combattiamo un po’ e non facciamo passare sotto silenzio operazioni che nascono piccole e crescendo possono diventare il cuneo che spacca la nostra società fra chi ha lavoro ed è protetto e chi non ha questa condizione ma che è comunque un CITTADINO.

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